“Primo Contatto”

Nel corso del decluttering del nostro vecchio computer abbiamo recuperato questo breve racconto pubblicato nel 2022 nel gruppo Facebook MerCoLibrí de La Dimora – Associazione Ludica Culturale.

Il racconto fa parte di un gruppo di storie fantastiche/fantascientifiche ispirate da fotografie “terrestri”: l’idea della sfida tra autori e autrici del gruppo è stata del presidente de La Dimora, Mario Pesce, che ha proposto al nostro Oskar la fotografia in calce, di Giovanni Bacaro. Buona lettura!

La vita dipende dagli altri più di quanto vogliamo ammettere: non intendo le teorie dell’intelligenza collettiva, ma le scelte della quotidianità – non solo in termini di propaganda. Nel 2020 ero stato relativamente tranquillo: l’amicizia ventennale con un paio di vecchi compagni di scuola, entrambi medici, mi aveva aiutato a destreggiarmi nell’infodemia galoppante senza troppi patemi. Adesso, il Primo Contatto mi trovava spaesato, tra la preoccupazione e il terrore puro, e incredulo divoravo articoli, blog, interviste a questo o quell’esperto in programmi filogovernativi, indipendenti, antisistema, aggrappato a grafici, riassunti, documentari, video. Non riuscivo più a distinguere le fotografie dai fotomontaggi, i colori innaturali di quel “segno nel cielo” che si era poi rivelato altro confondevano me – e tutti gli altri terrestri. Terrestri. Un termine che nessuno avrebbe mai pensato di dover usare sul serio, un giorno, come marziano o venusiano. Ma loro non provenivano né da Marte, né da Venere, né dal Sistema: su questo gli esperti erano sicuri. I divulgatori scientifici si sperticavano in spiegazioni – che per me sarebbero state incomprensibili anche in altre circostanze: segnali, codici, matematica, musica, un insieme di note che non poteva ricordare altro che Spielberg e tutto il filone della fantascienza degli alieni buoni. Da parte mia continuavo a sentire – dentro – quel terrore atavico, istintivo, verso qualcosa di estraneo. La scimmia antropomorfa della Rift Valley avrebbe lanciato sassi e bastoni per poi nascondersi in qualche anfratto trascinando con sé la propria cucciolata, noi lanciavamo grida di giubilo mentre la televisione riproponeva ET e Contact. Ignoravamo l’aspetto che avrebbero avuto e alcuni, nella Bible Belt, ricordavano a tutti di non avere paura e citavano versetti a me oscuri.
Loro non sarebbero atterrati negli Stati Uniti: niente Independence Day, questa volta, ma un angolo di Slovenia così remoto che i giornalisti dovettero improvvisare inappropriati riassunti storico-culturali di mezza Europa per dare un contesto a quell’ignoto paesello a sud di Ljubljana. Il giorno del Primo Contatto si avvicinava e io ero combattuto tra l’accaparramento e la curiosità, la fuga in montagna e l’acquisto di un posto sui pullman organizzati i cui biglietti avevano raggiunto prezzi da capogiro. Essere un testimone o un sopravvissuto: l’istinto da scimmia antropomorfa non riusciva a dirimere una dicotomia che come specie non avremmo mai dovuto affrontare.
Scelsi la via di mezzo, illuso di essere una persona ragionevole e non uno come tanti, impaurito e incerto, ma troppo orgoglioso da ammetterlo, e mi unii alla folla nel porto di Trieste. Tutti, con il naso all’insù, aiutati dai maxischermi allestiti per l’occasione, la cronaca RAI dagli altoparlanti, nelle cuffie, registrata ancora con i commenti dei testimoni e di nuovo trasmessa. Il tempo era mutevole, il tramonto prossimo: il passaggio della navicella fu rapidissimo, accompagnato da un rombo e un ticchettio metallico, entrambi storpiati dall’effetto Doppler e dagli sfrigolii delle interferenze elettromagnetiche.
Dopo il passaggio, la trasmissione riprese, molti borbottarono di non essere riusciti a filmare con gli smartphone, un bambino accanto a me iniziò a perdere sangue dal naso. Io sentii qualcosa, nelle viscere, che i potenti della terra, ripresi in diretta da ogni angolazione, nascondevano sotto le divise inamidate e i sorrisi a trentadue denti. Due jet militari bucarono le nuvole, diretti verso la Slovenia. Ha toccato! Ha toccato il terreno in questo momento…
Il tramonto rosseggiava.
Le nuvole rifiutavano di sovrapporsi alla scia della navicella.
Il cielo mi sembrò una grande ferita.
Fotografia di Giovanni Bacaro.